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	<title>Silvia Valerio - Sito Ufficiale &#187; articoli</title>
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		<title>La musica popolare trentina</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2021 15:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa, in casa e in buona parte della zona dove abito, è mancata la luce. Improvvisamente ci siamo ritrovati tra pareti blu oltremare. La notte che stava iniziando sembrava entrare dai vetri delle finestre; con lei il freddo di febbraio, silenzioso. Ti accorgi, quando mancano, che le luci sembrano parlare e farti compagnia. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/download-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1155" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/download-2.jpg" alt="download-2" width="298" height="169" /></a>Qualche giorno fa, in casa e in buona parte della zona dove abito, è mancata la luce. Improvvisamente ci siamo ritrovati tra pareti blu oltremare. La notte che stava iniziando sembrava entrare dai vetri delle finestre; con lei il freddo di febbraio, silenzioso. Ti accorgi, quando mancano, che le luci sembrano parlare e farti compagnia. Seduta dov’ero, ho pensato a chi è vissuto anni e anni prima di noi. Le sere per loro erano sempre così, una dopo l’altra. Uomini e donne esorcizzavano il peso del buio accendendo fuochi, raccontandosi storie, cantando.</p>
<p>Come molte tradizioni musicali popolari, anche quelle del Trentino Alto Adige sono nate intorno ai filò. Nell’Ottocento, si trattava di canzoni per una voce, tramandate di padre in figlio, per poi trasformarsi, nel Novecento, in canzoni corali. Questa regione di montagna è uno dei luoghi d’Italia in cui la musica corale ha avuto più fortuna, tanto da rimanere anche oggi una tradizione custodita con cura. <span id="more-1154"></span>Il primo coro ufficiale del Trentino Alto Adige nasce nel 1926, dall’iniziativa di un gruppo di appassionati. Il Coro della SOSAT (che col tempo diventerà semplicemente Coro della SAT) riadatta i brani tradizionali a una sola voce nella struttura classica a 4 voci maschili. Comprende tenori primi, tenori secondi, baritoni e bassi. Le musiche e le storie cantate, che prima venivano trasmesse solo oralmente, da quel momento vengono riportate nei canzonieri o addirittura incise nei dischi. A questo primo coro ufficiale se ne aggiungono di anno in anno tanti altri, per arrivare fino a oggi: se esplorate la zona, scoprirete che quasi ogni comunità ha un proprio coro, con caratteristiche particolari che lo distinguono da quello della zona vicina. Ci sono però tratti comuni a tutti, derivate dall’appartenenza all’area nordica alpina: influenze della vicina Lombardia, del Tirolo e del Veneto.</p>
<p>Sono canzoni che parlano della bellezza naturale e delle imprese consumate sulle loro montagne, delle vicende di paese, di un innamorato lontano, del lavoro necessario, di una giovane contadina, dei passi di ballo e del cibo da mettere in tavola. C’è una serenità semplice ed energica, priva di drammi o malinconie, così pratica da allontanarsi dal reale e diventare inconsapevole dei chiaroscuri della vita. Sono canzoni che assomigliano ai prati di montagna in una giornata di primavera inoltrata, brulicanti di insetti e animali pacifici, e al viso dei montanari secco di sole, dove le espressioni si sono appianate. Solide come rocce e circonfuse di altitudine, senza dolore e abissi, sono diametralmente all’opposto del canto popolare del sud, pieno di tutto, dionisiaco nel bene e nel male, nell’amore e nell’odio, dove anche la stanchezza dev’essere urlata, dove tutto prende i contorni storti del magico e la voce viene spinta al limite della stonatura. In Trentino non ci sono stonature, né curve, né eccessi; l’amore è più un volersi bene, e la vita una cosa un po’ bella e un po’ brutta da costruire ogni giorno, al ritmo della mola dell’arrotino (vedi la famosissima ‘Girolemin’); se il moroso si è allontanato, la ragazza se ne troverà un altro (‘La Valsugana’); a poco a poco, risparmiando un soldo di qua e uno di là, si metterà insieme quello che ci vuole, e dopo essere andati a fare fieno: ‘E da po’ con l’orgheneto/sul tabià tezi e contenti/senza cruzi né lamenti,/baleremo tutti la zom ba ba! (‘Zom zom zu la Belamonte’).</p>
<p>In queste musiche che scandivano le giornate della gente con il ritmo ineffabile dell’orologio, senza cruzi né lamenti, non c’è spazio per rabbia, imprecazioni, entusiasmo, follia d’amore, disillusione, sarcasmo, immaginazione.</p>
<p>Silvia Valerio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Articolo pubblicato sul mensile CulturaIdentità.</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_160329.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1159" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_160329-300x194.jpg" alt="20210306_160329" width="300" height="194" /></a></p>
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		<title>Leggende e dolci: L&#8217;Emilia in un boccone</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2020 14:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Distesa così, da Piacenza fino al mare, l’Emilia Romagna è come una bella donna sorridente e appagata, che ha tutto per essere felice. Ricca di frutti e piaceri, celebra la vita anche nei momenti più ordinari dell’anno e per lei le feste non sono altro che un giorno normale elevato a potenza, un gradino in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/dolci-dolce-di-miele.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1150" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/dolci-dolce-di-miele-300x264.jpg" alt="dolci-dolce-di-miele" width="300" height="264" /></a>Distesa così, da Piacenza fino al mare, l’Emilia Romagna è come una bella donna sorridente e appagata, che ha tutto per essere felice.</p>
<p>Ricca di frutti e piaceri, celebra la vita anche nei momenti più ordinari dell’anno e per lei le feste non sono altro che un giorno normale elevato a potenza, un gradino in più di grazia e delizia rispetto al consueto.</p>
<p>A dicembre, l’Emilia non nota la luce che cala, ma si inonda di fuochi. Da tempi antichissimi, qui, la sera della Vigilia di Natale il capofamiglia prende un grande ceppo di quercia e lo accende nel camino accompagnandosi con un Padre Nostro. Illuminati dalla fiamma che si apre nel buio, dopo la cena di magro, tutti i familiari aspettano insieme la messa di mezzanotte. Si scaldano scambiandosi racconti, cantando e giocando, oppure fanno, come una volta, l’arimblén, una pesca oracolare che dà indizi sull’anno nuovo.</p>
<p>Allo scoccare di mezzanotte, gli emiliani che rispettano le tradizioni escono in strada, ma senza chiudere completamente la porta. L’uso vuole che, oltre l’uscio, si lascino tre sedie libere vicino al fuoco, un omaggio simbolico a Gesù, Giuseppe e Maria per il loro andare miracoloso nel freddo della notte, un invito al ristoro e al calore.<span id="more-1149"></span></p>
<p>Cordiali come sono, gli emiliani sono ricchi di tradizioni generose. Se è vero che si indossa una camicia nuova nel giorno di Natale, per proteggersi dalle malattie, in Emilia sentirete dire anche che durante le feste non si cuce né fila. Si ricorda infatti una filatrice che passava accanto alla capanna dove si era riparata Maria e si rifiutò di tagliarle i capelli, come lei chiedeva, per tessere una camicia e riscaldare Gesù. La donna, per coprirlo, le regalò invece i lini più pregiati che aveva.</p>
<p>Tra i mercatini vivacissimi sparsi per la regione, i più antichi sono quelli di Bologna, dove si possono ammirare le statue del presepe di terracotta, di ogni dimensione. Oltre ai personaggi di sempre, gli emiliani hanno creato nuove figure: la Meraviglia e il Dormiglione sono le più famose, come a ricordare due facce di questa regione serena e gaudente. Nella notte di Natale il mondo prende ancora più vita: e, se siete nei pressi di Galeata, può capitare di vedere un lupo nero che gira più volte intorno all’abbazia di Sant’Ellero, il lupo della leggenda che seguiva il Santo nei boschi, o altri personaggi magici usciti dai racconti dei più anziani.</p>
<p>Durante il giorno, storie e suggestioni vengono portate sulla tavola, che diventa un teatro di delizie e ricordi dei mestieri antichi. Qui, dove hanno saputo rendere dolce anche l’aceto, già solo fare la sfoglia è un’arte che si merita un nome: le signore chiamate ‘sfogline’ sono le sacerdotesse della pasta più morbida e piena d’Italia. Sulla tavola natalizia, dunque, arriva un’infinità di variazioni sul tema: attorcigliate e riempite di infiniti sapori, come i tortellini; distese come le lasagne; arrotolate come i nidi di rondine cotti al forno, le creazioni più variegate di pasta sfoglia fresca all’uovo precedono piatti ricolmi di salumi, formaggi, carni e salse. Arrivati al dolce, se si segue davvero la tradizione, panettone e pandoro vengono sostituiti con dolci molto più ricchi e composti: il Certosino di Bologna, speziatissima variante del Panpepato; il Panone di Natale; i tortelli fritti ripieni di marmellata o crema pasticcera, oppure la Spongata di Brescello e Busseto, la pasta frolla gonfia di pinoli, mandorle, uvetta passa, cedro e frutta candita, prediletta da Giuseppe Verdi.</p>
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<p>Silvia Valerio</p>
<p>Articolo pubblicato sul mensile CulturaIdentità.</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/12/20210306_154217.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1157" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/12/20210306_154217-300x225.jpg" alt="20210306_154217" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Trieste: &#8220;La città che in ogni parte è viva&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 14:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se ancora non siete mai stati a Trieste, aspettate la sera per arrivarci. Dai finestrini della macchina la natura friulana cambierà faccia: la terra morbida lascerà spazio a una roccia secca, bianca, leggera; gli alberi si abbasseranno, diventeranno arbusti aspri; il paesaggio comincerà a sollevarsi, ad aprirsi, a distendersi. A inerpicarsi addosso a pareti di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/trieste.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1145" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/trieste-300x224.jpg" alt="trieste" width="300" height="224" /></a>Se ancora non siete mai stati a Trieste, aspettate la sera per arrivarci. Dai finestrini della macchina la natura friulana cambierà faccia: la terra morbida lascerà spazio a una roccia secca, bianca, leggera; gli alberi si abbasseranno, diventeranno arbusti aspri; il paesaggio comincerà a sollevarsi, ad aprirsi, a distendersi. A inerpicarsi addosso a pareti di edifici. A svelare, poco a poco, la distesa regale del mare.</p>
<p>Dopo aver parcheggiato, camminerete tra ali di palazzi imponenti e regolari, in vie larghe, e vi troverete di fronte a uno degli spettacoli più belli d’Italia. Di sera, Piazza Unità d’Italia si illumina d’oro di fronte all’acqua. Il municipio prende vita come una piccola Versailles ed è probabile che voi restiate lì fermi, a metà tra le luci dei palazzi, il cielo nero, il Molo Audace che si allunga sull’acqua e il mare piatto puntinato di luci, fondo e ampio, non sapendo cosa fare. Tra un lampione e l’altro, vi sentirete dei re malinconici e gai, così come si sente ogni triestino, e per questo nasce con una sicurezza scanzonata e sorniona. Non c’è persona di Trieste che non guardi con uno stupore misto a compatimento gli sforzi e le fatiche del Friuli centrale, così vicino e lontano. All’etica della resistenza e del risparmio sofferto, il triestino sa che può preferire la grazia delle circostanze, la gioia dell’iniziativa, la capacità di interpretare il tempo e di muoversi con agilità alata. Perché preoccuparti quando sei certo che il mare ti porterà tutto quello di cui hai bisogno e la bora schianterà qualsiasi certezza? Trieste, ‘<em>la mia città che in ogni parte è viva,’ </em>come scriveva Saba, trema tutta di vita. Ecco perché i triestini sono così, fatti di sole, mare, libri, arte, musica e piaceri. Perfino nelle negazioni mettono gioia: tanto che per dirti di no ti rispondono ‘volentieri’ (circostanza che ha provocato non poche incomprensioni…).<span id="more-1144"></span></p>
<p>Trieste è la terra magica dove rifugiarsi, abbandonarsi, trovare l’ispirazione fuori di sé. Estrema, di confine, è un nuovo mondo a portata di italiano, una terra piena di suggerimenti, bizzarrie e misteri. I folli camminano al fianco dei direttori d’orchestra e degli illustratori per l’infanzia; sui tavoli delle osterie i pesci vengono cucinati in centinaia di modi, con citazioni straniere, ricette improvvisate sul momento, invenzioni di storie geniali; i vecchi raccontano con nostalgia le imprese delle prostitute dell’epoca d’oro, come La Muta.</p>
<p>Percorrete, in particolare d’autunno, il sentiero Rilke, e vi troverete avvolti da un incendio ipnotico di rami e foglie, che nasce e si spegne sul Carso. Visitate il Castello di Miramare e il parco di piante tropicali e vedrete con i vostri occhi i passaggi di Massimiliano e Carlotta. Visitatelo con la pioggia, e l’acqua vi passerà sotto ai vestiti, si attaccherà alle ossa come una pioggia messicana. Passeggiate vicino ai gabbiani dalle zampe lunghissime. Distendetevi sotto il sole bianco, ai Topolini di Barcola, e se il sole spinge a sufficienza vedrete volteggiare la bandiera nera, che fino agli anni settanta segnalava la presenza di pescecani nel golfo. Con il suo saliscendi di strade e il suo terribile vento che rompe il velo tra reale e irreale, Trieste vi allontanerà dal tempo. E se non deciderete di mettere le radici lì, tra le acque del torrente Rosandra, tornerete comunque a casa con qualche fantasma in più nel taschino.</p>
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<p>Silvia Valerio</p>
<p>Pubblicato sul mensile CulturaIdentità.</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_152322.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1146" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_152322-300x240.jpg" alt="20210306_152322" width="300" height="240" /></a></p>
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		<title>E&#8217; Udine la bella e combattiva guerriera friulana</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2020 14:27:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nordica, forte, elegante. Udine si mostra così, con la sicurezza del friulano che non fa mai troppe richieste e la bellezza regale che le ha lasciato lo strascico della storia. Fin dall’antichità è stata amata per la sua posizione centrale e dominante e per la vivacità dei commerci, ed è diventata a poco a poco [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/shutterstock_1116024293.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1142" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/shutterstock_1116024293-300x201.jpg" alt="shutterstock_1116024293" width="300" height="201" /></a>Nordica, forte, elegante. Udine si mostra così, con la sicurezza del friulano che non fa mai troppe richieste e la bellezza regale che le ha lasciato lo strascico della storia. Fin dall’antichità è stata amata per la sua posizione centrale e dominante e per la vivacità dei commerci, ed è diventata a poco a poco la città preferita dai Patriarchi di Aquileia, prima che Venezia si imponesse e favorisse l’ascesa dei Savorgnan, nobili friulani amici della Serenissima. È così che è nato lo stemma di Udine: ancora oggi la città è rappresentata da uno scudo bianco e nero con una corona ducale e un cavallo che si erge sulle zampe posteriori, insofferente, come a volersi liberare anche della gabbia del metallo prezioso. Sotto, foglie frondose incrociate di alloro e quercia.</p>
<p>Si respira poca pace a Udine. O meglio, si respira la pace di chi sa fare bene la guerra.<span id="more-1140"></span></p>
<p>Dietro il castello, le piazze, le scalinate e le pietre della città ci sono anni e anni di scontri. Ci sono le morti e le vendette della terribile faida friulana, il ‘crudel joibe grasse’, la guerra civile più sanguinosa d’Europa, in cui gli aristocratici filo-veneziani si scontrarono con la nobiltà antica, mentre i bravi pazziavano e la popolazione ribolliva e festeggiava il carnevale vestendo i panni dei duchi sterminati. Ci sono le esplosioni della Prima Guerra d’Indipendenza e il desiderio di libertà di tutta la regione, piegato dagli incendi della dominazione austriaca e raccontato dalla scrittrice Caterina Percoto. Ci sono le vicende di quando Udine fu ‘capitale della guerra’ durante la Prima Guerra Mondiale, fino alla disfatta di Caporetto. Ci sono scoppi di polveriere, un altro conflitto mondiale, un dopoguerra aspro, un terremoto, una ricostruzione. Una croce al merito e una medaglia al valor militare. La bellezza di Udine è fatta di questi soldati, è dura, severa e intelligente come quei volti ambigui di donne non perfette. Rientra tra quei paesaggi minacciosi, poco levigati, dove non puoi fare a meno di inoltrarti. La leggenda sulla sua nascita è aspra: le voci dicono che a fondarla sia stato il terribile Attila, chiedendo ai suoi di erigere una collina per permettergli di godersi da lontano lo spettacolo del fuoco che avvolgeva Aquileia.</p>
<p>Adesso che c’è la pace, se passi per il centro di Udine, la traccia delle strade ti avvicina per cerchi concentrici al castello: sono strade dove puoi incontrare chiese maestose, neoclassiche o longobarde, torri e logge veneziane, corsi d’acqua, leoni alati, vie strette come i vicoli di Venezia, piazze aperte e ordinate come gli spazi dell’Austria, scritte a mano sulle tovaglie di carta delle osterie, edifici medievali, cascate di fiori da balconi liberty, vecchi locali illuminati da candele, corti interne, foto di Tina Modotti, immagini di Gianbattista Tiepolo, negozi di design, teatri, cinema, biblioteche, università, caffè con enormi vetrate, facciate di palazzi elegantissimi. Tutto è ordinato e sensato come in una crasi tra Atene e Sparta. È tra queste strade che incontri misteri che nessuno ti potrebbe raccontare altrove: come la vera storia che ha ispirato Giulietta e Romeo, quella dei due giovani Luigi da Porto e Lucina Savorgnan, appartenenti a due famiglie nobili in odio tra loro, che racchiude dettagli ancora più struggenti del capolavoro di Shakespeare.</p>
<p>Anche quando sei in compagnia, a Udine, ti ritrovi un po’ da solo: ci sono troppi echi, di secoli e secoli, tra quegli edifici, perché tu non ne venga risucchiato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Silvia Valerio</p>
<p>Articolo pubblicato sul mensile CulturaIdentità.</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_152103.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1141" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_152103-300x225.jpg" alt="20210306_152103" width="300" height="225" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nella fucina di talenti del liceo Leo-Major</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2020 14:15:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[51.700 e rotti abitanti. Una superficie di 38 km quadrati. Così, sulla carta, pochi per poter pensare di diventare uno dei poli culturali italiani più in vista, meta ogni anno di scrittori celebrati in tutto il mondo. Ma Pordenone si è sempre infischiata dei limiti – anzi: ha utilizzato i propri come spinta propulsiva per [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/09/download-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1137" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/09/download-1-300x168.jpg" alt="download-1" width="300" height="168" /></a>51.700 e rotti abitanti. Una superficie di 38 km quadrati. Così, sulla carta, pochi per poter pensare di diventare uno dei poli culturali italiani più in vista, meta ogni anno di scrittori celebrati in tutto il mondo. Ma Pordenone si è sempre infischiata dei limiti – anzi: ha utilizzato i propri come spinta propulsiva per lavorare di creatività, inventiva e ambizione.<br />
Sarà una piccola città di una piccola regione, ma è sempre stata un’eccezione: abitata da persone volitive e curiose, rappresenta un unicum rispetto alla proverbiale chiusura del friulano tipo. Sono stati proprio il suo essere provincia nuova, il suo desiderio di emergere, il suo dinamismo, il suo eclettismo a portarla, a partire dai primi anni Duemila, a inventare per la fine dell’estate una manifestazione di successo come Pordenonelegge, imitata da moltissime città italiane. È spontaneo chiedersi da dove parta tutto ciò.<br />
Il liceo Leopardi-Majorana è stato certamente uno degli incubatori della manifestazione, ed è anch&#8217;esso un’eccezione positiva.<span id="more-1133"></span></p>
<p>In un ambito critico come quello dell’istruzione, dove pare che per cambiare le cose ci vogliano tempi lunghissimi, dove regna una disillusione fiacca e la convinzione che tanto-non-si-può-più-fare-niente, il liceo Leo-Major brilla per iniziativa ed energia. La sua storia è stata in continua crescita: nato nel 1948 come Liceo Classico, nel 1998 ha assorbito il Liceo Scientifico Majorana e in seguito ha unito la proposta psicopedagogica, ora Liceo delle Scienze Umane. Con la direzione del preside-politico-filosofo Sergio Chiarotto, negli anni Novanta, è diventato una vera e propria fucina di talenti. La qualità dei professori che insegnavano allora, soprattutto nell&#8217;ambito umanistico, era straordinaria. Molti hanno lasciato un segno indelebile nel cuore degli allievi e due sono ormai delle celebrità: Mauro Covacich e Gian Mario Villalta, cui Pordenonelegge deve tantissimo.</p>
<p>Nel solco di questa tradizione, il Leo-Major continua anche oggi a offrire un’immersione dolce ma costante in un clima culturale vivo, come dimostrano tutti gli eventi e le proposte extracurriculari studiate in collaborazione con Pordenonelegge. L’apprendimento si fonde con l&#8217;amore del sapere e lo sviluppo di capacità umane trasversali. C&#8217;è il <em>Gruppo Virgiliani</em>, che raccoglie ragazzi e professori impegnati in confronti letterari e approfondimenti sull’opera del grande poeta della Roma augustea; progetti di scrittura e concorsi letterari collegati alla rassegna di settembre, come <em>Racconti in classe </em>e <em>Dante 100%,</em> una maratona di lettura dei canti della <em>Commedia</em> per celebrare l’imminente settecentesimo anniversario della morte dell&#8217;Alighieri; il progetto <em>Storia dimenticata, </em>che unendo storia e geopolitica vuole spingere gli adolescenti a osservare gli eventi attraverso una ricerca tridimensionale, che non si fermi alla superficie delle cose.</p>
<p>E se il web è la nuova tigre da cavalcare, gli studenti del Leo-Majorana partono indubbiamente avvantaggiati: durante la quarantena hanno realizzato dei video tutorial in cui raccontavano gli esperimenti scientifici provati a casa, creato un museo virtuale per proporre una visita alla Galleria degli Uffizi, gestito blog, utilizzato software e portali online per raccontare opere e autori. Lo scrittore Gerhart Hauptmann diceva: &#8220;Una volta che sei diventato maestro in una cosa, diventa subito allievo in un’altra&#8221; &#8211; ed è questo il tesoro che il liceo Leo-Major fa scoprire ai più giovani: una curiosità accesa, fiduciosa, che si accompagna alla capacità di mettere in opera i talenti e tradurre in realtà i desideri.</p>
<p>Silvia Valerio</p>
<p>Articolo pubblicato sul mensile CulturaIdentità.</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_151100.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1134" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_151100-300x225.jpg" alt="20210306_151100" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>&#8220;Ho provato a morire e non ci sono riuscito&#8221;: la vita indimenticabile di Alessandro Valenti</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 05:17:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Torna a quei giorni. A quando uscivi di casa con i capelli bagnati e ti mangiavi le strade. A quando fumavi o facevi finta di farlo. A quando aspiravi distesa dalle labbra di qualcuno. A quando aspettavi una telefonata. A quando sbagliavi le parole e non dormivi per l’eccitazione. A quando per essere felice bastava [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/2_DSC9651.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1114" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/2_DSC9651-300x200.jpg" alt="2_DSC9651" width="300" height="200" /></a><strong>Torna a quei giorni.</strong> A quando uscivi di casa con i capelli bagnati e ti mangiavi le strade. A quando fumavi o facevi finta di farlo. A quando aspiravi distesa dalle labbra di qualcuno. A quando aspettavi una telefonata. A quando sbagliavi le parole e non dormivi per l’eccitazione. A quando per essere felice bastava comprare un biglietto del treno. A quando notavi tutti i colori dei suoi occhi. A quando non c’era mai un posto buono dove stare.</p>
<p>Torna lì, a quando la vita era indimenticabile.</p>
<p>E se non te lo ricordi più, <strong>chiedi ad Alessandro come si fa</strong>.</p>
<p>Ragazzo indimenticabile, al di là del bene e del male, <strong>Alessandro Valenti</strong> ha scritto il libro più bello dell’anno. Un romanzo grande, anche se lui ha appena diciassette anni, a partire dal titolo: “<strong>Ho provato a morire e non ci sono riuscito</strong>”(<strong>Atlantide Edizioni</strong>).<span id="more-1112"></span></p>
<p>Una storia d’adolescenza tristissima, incandescente e feroce, che è universale e andrebbe letta soprattutto da adulti.</p>
<p>Perché Alessandro, finalmente, ci salva dalla letteratura e dal mondo “con precauzioni”, dalla conta delle ipotesi e delle nevrosi, dai libri, dalle persone, dalla politica che non dicono più niente. Lui dice fin troppo.</p>
<p>Perché è giovane ma non ha filtri e ha i mille anni di tutte le vite che conosce. Quelle dei coetanei. Delle ragazze digitali. Di quelle vere. Quelle di chi abita la <strong>Verona bene</strong> e chi sta nelle <strong>periferie di</strong> <strong>Roma</strong> e della <strong>Campania</strong>. Quelle di gente del doppio dei suoi anni e con molte meno disillusioni. Quelli delle bande della mala romana. Dei disperati in cerca di una moneta per farsi. Quella dell’alter ego russo che si inventa per amore e per odio.</p>
<p>Alessandro che, sì, prova l’amore, il primo, e lo trasforma in tutte le parole del vocabolario. Alessandro che riconosce troppo presto le bugie – quelle degli altri, della società, le proprie.</p>
<p>Alessandro che terrorizza e si ammala di terrore. Alessandro che<strong> scrive tra Nietzsche e Céline</strong>, o anzi tra se stesso e se stesso, perché ha già abbastanza anime dentro di sé.</p>
<p>Alessandro che si fa leggere come una canzone.</p>
<p>Alessandro è un &#8220;<strong>catcher in the rye</strong>&#8221; che gioca dalle parti delle stazioni, con coltelli, telefonini ricondizionati, in testa un berretto da spacciatore. Racconta della vita, di quella che non si vuole vedere. Di quei giorni “neri come gli occhi del teschio dell’anello che avevo al pollice”; di quando continui “<strong>ad andare avanti in retromarcia</strong>”, di quando non te ne “frega della verità, neanche se viene a inginocchiarsi ai tuoi piedi”; di quando l’unica persona che ti interessa è “mezza svestita, tutta spettinata e con le guance rosse”. Di quando “cammino stanco morto e pieno di un’elettricità nervosa per la città cercando gente che non fosse il me dei miei familiari, gente che fosse un tu come Emma” e “mi picchiavo perché anche se ti va bene tutto ci vuole un qualcosa in più”.</p>
<p><strong>Alessandro che non inventa niente</strong>, perché la fantasia preferisce applicarla alla realtà.</p>
<p>Alessandro che non ha bisogno dell’America per scrivere la sua epopea, tanto ha i canyon delle periferie italiane e i corpi sudati delle adolescenti di Instagram.</p>
<p>Alessandro che va dai voli dell’ironia a una disperazione muta, “da non sentire neanche più il cuore quando mi distendevo a pancia in giù, solo un vuoto cavo”, <strong>da uno sguardo gentile, pieno di pietà a una ferocia distruttiva.</strong></p>
<p>Alessandro che ti strappa le lacrime dagli occhi quando leggi di quando marina la scuola e al parco scopre una piccola statua della Madonna: “La guardai a lungo negli occhi. Azzurrissimi. Puri. Cercai di far scatenare una tempesta elettromagnetica di dispiacere. Mi accucciai su una pietra sotto di lei. Magari una scaglia di quel colore mi cadeva addosso. Stetti lì con il cellulare in mano a non piangere, a piangere le mie lacrime secche, le lacrime che non sapevano proprio come uscire dai miei occhi di pietra.”</p>
<p>O di quando è davanti al monitor del computer: “In realtà <strong>assistevo allo spettacolo, a suo modo affascinante, del dolore</strong>. Aveva proprio mille facce. A volte era un polpastrello angelico di violenza che mi accarezzava dentro le braccia. A volte avrei voluto appallottolarmi e sparire un pezzo dentro l’altro. A volte era come un dimenticarsi via. Come un ‘ops, ho sbagliato’, su cui la tastiera s’inchioda. Ma il sentimento più forte era quello di essere al passato. Difficile da spiegare. Mi guardavo come da fuori di me, come se fossi stato l’ancora di salvataggio piantata nel futuro, quello che ce l’aveva fatta e vedeva quell’altro che soffriva come un cane.”</p>
<p><strong>Alessandro, che ha scritto la storia più onesta che si potesse scrivere, anche se l’amore era solo suo, ma era larger than life e quindi bastava per due.</strong></p>
<p>Alessandro, che prova a morire ma è più vivo di chiunque altro.</p>
<p>E noi che lo leggiamo impariamo a tornare lì, alla vita indimenticabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Silvia Valerio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.barbadillo.it/92595-la-vita-indimenticabile-di-alessandro/">Leggi l&#8217;articolo su Barbadillo.it</a></p>
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<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/ho-provato-a-morire-e-non-ci-sono-riuscito-alessandro-valenti-edizioni-blu-atlantide-960x1357-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1113" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/ho-provato-a-morire-e-non-ci-sono-riuscito-alessandro-valenti-edizioni-blu-atlantide-960x1357-1-212x300.jpg" alt="ho-provato-a-morire-e-non-ci-sono-riuscito-alessandro-valenti-edizioni-blu-atlantide-960x1357 (1)" width="212" height="300" /></a></p>
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		<title>&#8220;Vinci soccombendo&#8221;: la lezione di San Vigilio</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2020 13:58:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vincere soccombendo. Era questa l’aspirazione di tanti religiosi dei primi secoli dopo Cristo. Abbandonarsi alla forza della religione che sentivano così grande, più grande di tutte, e che si dedicavano a diffondere con passione energica o con pazienza soave. Pazienza se la vita veniva minacciata. Pazienza se veniva persa. Anzi: rincorrevano quasi il pericolo, ansiosi [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Vincere soccombendo. Era questa l’aspirazione di tanti religiosi dei primi secoli dopo Cristo. Abbandonarsi alla forza della religione che sentivano così grande, più grande di tutte, e che si dedicavano a diffondere con passione energica o con pazienza soave. Pazienza se la vita veniva minacciata. Pazienza se veniva persa. Anzi: rincorrevano quasi il pericolo, ansiosi di essere liberi, più grandi, di essere insieme a Dio. Sentivano già la promessa di quell’esistere immenso e infinito, pieno di Chi amavano, che li aspettava oltre gli occhi chiusi.<br />
Vigilio è originario di Roma e studia ad Atene, quando è papa Siricio e Ambrogio è vescovo di Milano ed estende la sua influenza su tutta la parte settentrionale dell’Italia.<span id="more-1124"></span></p>
<p>Alla fine di quel IV secolo, le aree più a nord sono ancora appendici selvagge della grande cristianità di Roma. Le città e i paesi tra le montagne nascondono antichi culti, e misteriose tradizioni si conservano nelle case, tra i campi e i boschi, come quelli della lontana Trento. Nomi di divinità selvatiche scorrono sulle labbra dei contadini che chiedono raccolti abbondanti, strani ninnoli passano di mano in mano tra le dita delle donne che devono diventare madri.</p>
<p>È proprio lì, a Trento, che Ambrogio destina Vigilio, come giovanissimo terzo vescovo della città. Quando si scrivono, Ambrogio, straordinario fustigatore dell’idolatria del denaro, gli ricorda di opporsi all’usura e accogliere i pellegrini, e di scongiurare i matrimoni ‘misti’, tra pagani e cristiani. Lui, Vigilio, richiede della forza in più per evangelizzare le vaste aree circostanti. Servono più mani pure e occhi accesi per raccontare il messaggio di Cristo nelle lunghe vallate dure del Trentino. Dalla Cappadocia arrivano così tre missionari: Sisinnio e i fratelli Martirio e Alessandro. Vincere soccombendo &#8211; questo insegna loro Vigilio, che è giovane ma ha già la sicurezza del saggio: la predicazione dolce delle piccole cose, delle mani che sorridono aiutando altre mani, della pace degli sguardi che hanno trovato quello che tutti cercano.</p>
<p>I tre missionari si costruiscono una casa nella zona dell’Anaunia, l’attuale Val di Non, e la loro pace generosa attira curiosità. Chiunque è accolto nella loro casa, i paesani li possono ascoltare e conoscere. Per dieci anni, il messaggio cristiano fluisce dalle loro labbra e dai loro gesti, finché non cala bruscamente il silenzio: a Sanzeno scoppia un litigio violento tra un cristiano che si rifiuta di venerare Saturno e dei pagani. Nel disordine che si diffonde, gli abitanti si scagliano contro i tre missionari. Sisinnio, Martirio e Alessandro vengono picchiati a morte e poi bruciati. Vigilio, non appena sa dell’accaduto, corre a raccogliere quello che rimane di loro. Sfiora con le sue mani quei frammenti di corpo che sembrano non avere più nome. I suoi occhi brillano, ma non di rabbia. Domanda di persona all’imperatore Onorio che non sia fatto nulla contro i colpevoli. Lui li ha già perdonati.</p>
<p>Di quei frammenti anneriti che un tempo erano i suoi missionari, parte la invia a Costantinopoli, da Giovanni Crisostomo, parte a Milano, dal vescovo successore di Ambrogio. Nelle lettere scrive di quanto si senta indegno e inferiore rispetto a loro, di quanto aspiri allo stesso privilegio, di morire per Cristo. Non sapremo mai davvero se sia stato esaudito. Intorno alla sua fine si intrecciano leggende e dicerie. Si parla di una morte per lapidazione, ad opera dei contadini, dopo che il vescovo aveva abbattuto una statua di Saturno nella Val Rendena. Si parla di cavalli che trasportano il suo corpo fino al duomo di Trento. Di sentieri aperti nella roccia con una sola mano. Si parla di colpi di zoccoli di legno e bastoni. I pittori è così che lo raffigurano ancora oggi: con il baculo pastorale, la palma e uno zoccolo di legno.</p>
<p>Silvia Valerio</p>
<p>Articolo pubblicato sul mensile CulturaIdentità.</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_145634-11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1126" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_145634-11-300x225.jpg" alt="20210306_145634 (1)" width="300" height="225" /></a><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2021/03/20210306_145634-1-e1615039323549.jpg"><br />
</a></p>
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		<title>Almerigo Grilz: morire per la verità</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Apr 2020 04:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/Almerigo-Grilz.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1105" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/Almerigo-Grilz-300x171.jpg" alt="Almerigo-Grilz" width="300" height="171" /></a></p>
<p><strong>Che cosa si prova a diventare il nome di una strada o delle parole incise su un monumento?</strong> È l’eterno dilemma tra Ettore e Achille: vivere per esistere nella propria carne, nella carne dei propri figli e nipoti, e piano piano diventare come “la nostalgia in un paesaggio dipinto”, o vivere come una scheggia, in un’esplosione, e guadagnarsi un pezzo fragoroso di eternità?<br />
Chi lo sa se <strong>Almerigo Grilz</strong> si era posto questo dilemma anche fuori dai banchi di scuola. O forse ha sempre e solo seguito quello che gli diceva il cuore, e se il cuore è avventuroso e curioso e, per di più, è un cuore triestino, che guizza come un pesce e ride tra le sue scaglie scintillanti, è naturale trovarsi in giro per il mondo a volerne raccontare gli angoli, i colori e le espressioni.</p>
<p>Dopo diverse estati in autostop per l’Europa, a imparare le lingue e le diverse facce dell’uomo, Almerigo, “<strong>Ruga</strong>” per gli amici, comincia la sua carriera di<strong> fotoreporter</strong> documentando cortei politici, con macchina fotografica e cinepresa. Aggiunge il disegno a mano libera, quando non vuole farsi scappare qualche dettaglio, ed è tanto bravo che gli capita di disegnare anche fumetti, volantini e manifesti. A ventiquattro anni, mentre è capo del Fronte della Gioventù di Trieste e vicesegretario nazionale, oltre che consigliere comunale, si iscrive all’albo dei giornalisti come pubblicista. Fa l’inviato: va in luoghi lontani a riprendere le immagini che nessuno vedrebbe mai. Guerre. Paesaggi. Visi diversi. Dolori diversi. Alla fine degli anni ’70, fonda il ‘<strong>Centro Nazionale Audiovisivi</strong>’, e, dopo il servizio militare e la laurea, decide di fare del giornalismo la sua unica passione e professione.<span id="more-1104"></span></p>
<p>Collaborando con le migliori testate internazionali, documenta tutte le situazioni, le <strong>rivolte</strong>, i movimenti che rischierebbero di perdersi nel caos della storia: l’invasione israeliana del Libano e il ritiro palestinese di Beirut; la guerriglia afghana e la guerra cambogiana; i conflitti sul confine birmano-tailandese e la guerra tra Iran e Iraq; l’Angola dei guerriglieri dell’Unita e le Filippine, il Mozambico e l’Afganistan, l’Etiopia e l’Irlanda del Nord. Fonda con gli amici Micalessin e Biloslavo l’agenzia giornalistica ‘<strong>Albatross Press Agency</strong>’. E mentre gli anni ‘80 esplodono in tutti i loro eccessi, lui li passa nei luoghi più distanti e feriti, accampato con soldati e guerriglieri, percorrendo chilometri a piedi, superando paludi, camminando dove l’erba è più alta dell’uomo, sopportando la solitudine o a pochi metri da cadaveri e pallottole, sangue e armi. La sua vita spericolata non è più in Italia: è lì, anche se lui non è al centro del film, ma è il regista, l’occhio silenzioso dietro la telecamera.</p>
<p>Mentre filma un combattimento tra i <strong>guerriglieri della Renamo</strong>, la resistenza nazionale mozambicana, e l’esercito, la mattina del <strong>19 maggio 1987</strong>, Almerigo muore tra il fuoco incrociato dei mortai, colpito da una pallottola che dalla nuca gli trapassa la gola e lo trascina a terra nella sua esplosione. Il Super8 continua a girare. Il suo corpo viene recuperato dagli uomini della Renamo e seppellito accanto a un grande albero, nella terra calda del Mozambico, a migliaia di chilometri dalle acque di Trieste.<br />
A trentaquattro anni, dopo il 1945, è il primo giornalista italiano a morire in un teatro di guerra.<br />
C’è una canzone che dice: “<strong>Sei troppo giovane per bruciare/sei troppo giovane per diventare vecchio</strong>”. Quella forse sarebbe stata la sua colonna sonora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Silvia Valerio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/20200812_064428.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1106" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/20200812_064428-300x225.jpg" alt="20200812_064428" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Ospedale S. Francesco, città della Salute</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 04:33:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tutto incominciò con la carità dei piccoli ospitali. Strutture minime, sparse un po’ in tutto il territorio di Padova, dentro e fuori dalle Mura della città, gestite da religiosi e religiose. Dentro ci potevano stare una ventina di letti ed erano aperti a malati ma anche a bisognosi di ogni tipo: poveri, anziani, solitari, viandanti. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/PadovaChiesaSanFrancesco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1102" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/PadovaChiesaSanFrancesco-271x300.jpg" alt="PadovaChiesaSanFrancesco" width="271" height="300" /></a></p>
<p><strong>Tutto incominciò con la carità dei piccoli ospitali</strong>. Strutture minime, sparse un po’ in tutto il territorio di Padova, dentro e fuori dalle Mura della città, gestite da religiosi e religiose. Dentro ci potevano stare una ventina di letti ed erano aperti a malati ma anche a bisognosi di ogni tipo: poveri, anziani, solitari, viandanti. Le strutture avevano pochi mezzi, se non la vicinanza di Dio.</p>
<p>La medicina umana e divina dei piccoli ospitali diffusi subì un arresto nel <strong>1509</strong>, con il grande ‘guasto’ imposto da Venezia. Mentre la Lega di Cambrai si era coalizzata contro la Serenissima per minare il suo potere, il 17 luglio Venezia aveva riconquistato Padova e intendeva rendere sicuro il suo possesso dagli attacchi nemici. Si rinforzarono le mura, si creò un profondo fossato interno dotato di trappole. E soprattutto, si cominciò a realizzare il ‘<strong>guasto</strong>’. A partire da un miglio di distanza dalla città, venne spianato tutto quello che sorgeva sopra il livello della terra e potesse costituire un riparo per i nemici: alberi, costruzioni, chiese, monasteri. Durante i quattro anni della preparazione del ‘guasto’, anche tutti gli ospitali esterni alle mura di Padova vennero abbattuti.<span id="more-1100"></span></p>
<p>Fortunatamente, un secolo prima, in città erano cominciati i lavori per il primo vero ospedale di Padova. Il 25 ottobre del 1414, era stata posta la prima pietra dell’edificio voluto dal diplomatico Baldo de’ Bonafari da Piombino e da sua moglie, Sibilia de’ Cetto. L’idea dei coniugi era quella di creare, in grande e per tutta la città, quello che erano i piccoli ospitali diffusi, edificando un ospedale, <strong>una chiesa e un convento che potessero dare ricovero a un grande numero di malati e bisognosi</strong>. E, stranamente per l’epoca, il nuovo <strong>Ospitale di San Francesco</strong> prese vita in pieno centro, a pochi passi da via del <strong>Santo</strong>. Più edifici a due piani, due reparti, saloni per le riunioni, abitazioni per il Priore e gli ufficiali del Governo, varie corti, un orto, una stalla, pozzi, una spezieria, una medicaria, una lavanderia, cucine, cantine e magazzini, residenze per il personale – già dal <strong>1518</strong> nel nuovo ospedale lavoravano tre medici e svariati assistenti e qui si tennero le prime lezioni universitarie di medicina, con la possibilità di fare pratica al capezzale di malati e feriti.</p>
<p>Finché, secoli dopo, anche il grande ospedale di San Francesco non fu più abbastanza grande per tutti i malati che si raccoglievano davanti alle sue porte. Il loro numero, in meno di cent’anni, era raddoppiato. Fu allora, alla fine del Settecento, che il Vescovo <strong>Nicolò Giustiniani</strong> si rivolse a<strong> Domenico Cerato</strong>. È a lui che il Vescovo originario di Venezia fa progettare un ospedale nuovo e immenso, generoso e provvidenziale, che sia degno dei migliori esiti europei. Spinge la cittadinanza, organizza iniziative per raccogliere offerte, finanzia personalmente gran parte dei lavori, ma vuole che si ringrazi solo Dio – tanto che la statua in suo onore fu sistemata nel nuovo ospedale solo nel 1846. Il Vescovo muore due anni prima dell’inaugurazione del colossale <strong>Giustinianeo</strong>. Non fa in tempo a vedere i quasi quattromila malati che ogni anno sono accuditi tra le sue mura. Ma sicuramente sarebbe felice della sua ‘creatura’, che di secolo in secolo si è espansa e diffusa fino a diventare una piccola città della salute.</p>
<p>Silvia Valerio</p>
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<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/Schermata-2020-08-12-alle-06.32.54.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1101" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/08/Schermata-2020-08-12-alle-06.32.54-300x210.png" alt="Schermata 2020-08-12 alle 06.32.54" width="300" height="210" /></a></p>
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		<title>Armocromia, analisi del colore e bellezza: intervista a Rossella Migliaccio</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2020 14:53:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Valerio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[analisi del colore]]></category>
		<category><![CDATA[armocromia]]></category>
		<category><![CDATA[color analysis]]></category>
		<category><![CDATA[palette]]></category>
		<category><![CDATA[Rossella Migliaccio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Dimenticate l’impero del nero, che ha dettato legge per decenni. Dimenticate i vestiti-divisa, tutti uguali. Smettetela di obbedire alle mode. Costruitevi la vostra. L’età che stiamo vivendo è il rinascimento del colore, una riscoperta della forza insita in ciascuno e un ritorno agli entusiasmi cromatici che hanno da sempre contraddistinto le nostre tradizioni. E lo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/03/Immagine-6-696x443.png"><img class="alignleft size-full wp-image-1084" src="http://www.silviavalerio.it/wp-content/uploads/2020/03/Immagine-6-696x443.png" alt="Immagine-6-696x443" width="696" height="443" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dimenticate l’impero del nero, che ha dettato legge per decenni. Dimenticate i vestiti-divisa, tutti uguali. Smettetela di obbedire alle mode. Costruitevi la vostra.</p>
<p>L’età che stiamo vivendo è il <strong>rinascimento del colore</strong>, una riscoperta della forza insita in ciascuno e un ritorno agli entusiasmi cromatici che hanno da sempre contraddistinto le nostre tradizioni. E lo è anche grazie a lei, <strong>Rossella Migliaccio</strong>, consulente d’immagine che ha portato in Italia <strong>l’armocromia</strong>, scienza del colore applicata all’estetica.<span id="more-1086"></span></p>
<p>Rossella è la maga in grado di trasformare anatroccoli neutri in magnifici cigni variopinti, facendo emergere la bellezza particolare di ciascuno. Come un artista, conosce alla perfezione le caratteristiche dei colori e, attraverso un attento <strong>metodo d’analisi</strong>, individua quelli migliori per ogni persona. Perché l’insieme delle tinte giuste (la cosiddetta <strong>palette</strong> di colori amici) mette in rilievo la <strong>luce individuale</strong>, cancellando difetti e imperfezioni, tanto quanto i colori sbagliati possono mortificare, oscurare, invecchiare. Non a caso, l’armocromia è da sempre utilizzata dalle costumiste di <strong>Hollywood</strong> per caratterizzare i personaggi, esaltare i loro momenti di gioia o rendere ancora più credibile il dolore.</p>
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<figure class="alignleft"><a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d%E2%80%99immagine-che-ha-portato-in-Italia-l%E2%80%99armocromia-scienza-del-colore-applicata-all%E2%80%99estetica-si-racconta-a-OFF-3.jpg"><img class="wp-image-543662 td-animation-stack-type0-1" src="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d%E2%80%99immagine-che-ha-portato-in-Italia-l%E2%80%99armocromia-scienza-del-colore-applicata-all%E2%80%99estetica-si-racconta-a-OFF-3-169x300.jpg" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" srcset="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-3-169x300.jpg 169w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-3-768x1365.jpg 768w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-3-576x1024.jpg 576w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-3-696x1237.jpg 696w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-3.jpg 828w" alt="Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che ha portato in Italia l’armocromia, scienza del colore applicata all’estetica, si racconta a OFF" /></a></figure>
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<p>Ha insegnato presso il Politecnico di Milano e la Business School del Sole24Ore; Rossella è poi fondatrice dell’<strong>Italian</strong> <strong>Image Institute</strong> di Milano, che si occupa di formazione e consulenza, e anche autrice di quello che è diventato un caso editoriale, il libro <strong><em>Armocromia</em> </strong>(Vallardi), in cui racconta la sua materia con abbondanza di dettagli pratici. È una star dei social: <strong><a href="https://www.instagram.com/rossellamigliaccio_/?hl=it">la sua pagina Instagram</a></strong>, dove dispensa consigli e dà dritte armocromatiche, è frequentatissima.</p>
<h2><strong>La moda e il colore sono un modo per raccontare se stessi e l’epoca storica che si sta vivendo. Perché gli ultimi anni hanno visto una predominanza di colori spenti e cupi?  </strong></h2>
<p>La moda è davvero specchio della società: i colori comunicano e rappresentano i trend generali. Ecco perché ogni periodo ha la sua palette di colori. Gli anni ‘60 e ’80, per esempio, in quanto periodi di boom economico e sociale, hanno visto una diffusione dei colori molto accesi, caldi, fluo e delle fantasie optical. Gli anni ’90, invece, sono stati più austeri, con una predominanza di grigio, tortora, beige. L’austerità del colore va di pari passo con le crisi che si vivono.</p>
<h2><strong>Cosa ti piace raccontare attraverso il colore?</strong></h2>
<p>Il colore rappresenta vita e vivacità. E ha un effetto benefico anche sull’umore. Quando siamo colorati abbiamo un aspetto più positivo, sia di fronte a noi stessi che a chi ci osserva. Del colore poi mi piace molto il fatto che possa diventare uno strumento per scoprire e rivelare la nostra unicità. In un mondo in cui tutti devono seguire le tendenze e acquistare le stesse cose, ci consente in modo semplice di coltivare e valorizzare quello che davvero siamo.</p>
<h2><strong>Che</strong> <strong>cos’è la bellezza? </strong></h2>
<p>La ricerca del bello è antropologicamente insita nell’essere umano. E la nostra immagine è certamente uno strumento di comunicazione potente. Ma la bellezza è come la felicità, arriva quando si smette di cercarla con ossessione. Le persone fissate con il concetto di perfezione estetica – soprattutto quella che ci viene imposta dai mezzi di comunicazione -, anche se oggettivamente molto belle, non riescono a tirare fuori la loro piacevolezza. Chi invece smette di cercarla con ansia può finalmente scoprire la propria luce autentica e valorizzare le proprie migliori qualità.</p>
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<figure class="aligncenter"><a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d%E2%80%99immagine-che-ha-portato-in-Italia-l%E2%80%99armocromia-scienza-del-colore-applicata-all%E2%80%99estetica-si-racconta-a-OFF-2.jpg"><img class="wp-image-543663 td-animation-stack-type0-1" src="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d%E2%80%99immagine-che-ha-portato-in-Italia-l%E2%80%99armocromia-scienza-del-colore-applicata-all%E2%80%99estetica-si-racconta-a-OFF-2-1024x682.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-2-1024x682.jpg 1024w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-2-390x260.jpg 390w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-2-768x512.jpg 768w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-2-696x464.jpg 696w, http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/wp-content/uploads/2019/12/Rossella-Migliaccio-consulente-d’immagine-che-ha-portato-in-Italia-l’armocromia-scienza-del-colore-applicata-all’estetica-si-racconta-a-OFF-2.jpg 1600w" alt="Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che ha portato in Italia l’armocromia, scienza del colore applicata all’estetica, si racconta a OFF" /></a></p>
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<h2><strong>Che cosa pensi del “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”?</strong></h2>
<p>Io sostengo il “non è bello ciò che è bello. È bello ciò che ti rende bello”. Perché non esiste un colore o un abito che stia bene a tutti. E nemmeno un colore brutto in assoluto. Invito quindi a scoprire le proprie caratteristiche, più che affidarsi a trend e direttive esterne.</p>
<h2><strong>Cosa pensi del rapporto tra estetica e nuovi media?</strong></h2>
<p>Lo trovo interessante. Mi piace il filone che si sta sviluppando dell’inclusività del bello, che comporta canoni estetici più morbidi ed esalta la diversità, senza modelli stereotipati di riferimento. Dei social mi piace anche il fatto che piano piano si stiano delineando altre figure di riferimento, che danno molti contenuti. Imenjane, per esempio, è una giovane donna che su Instagram parla di economia e politica internazionale, con voce fresca e grande competenza.</p>
<h2><strong>Ci racconti un episodio off della tua carriera?</strong></h2>
<p>Coincide proprio con il momento in cui, più o meno un anno fa, ho iniziato a raccontare sui social la mia attività. Attraverso la mia rubrica di domande e risposte ho cominciato a dare consigli a chiunque me li chiedesse. Quello è stato l’episodio che ha segnato una svolta nella mia attività, perché attraverso i social sono riuscita a dare una notorietà davvero inaspettata al mio lavoro, all’armocromia e a tutto quello che faccio da dieci anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2019/12/27/rossella-migliaccio-intervista-armocromia/">Leggi l&#8217;intervista su IlGiornaleOFF. </a></p>
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