Armocromia, analisi del colore e bellezza: intervista a Rossella Migliaccio

Immagine-6-696x443

 

Dimenticate l’impero del nero, che ha dettato legge per decenni. Dimenticate i vestiti-divisa, tutti uguali. Smettetela di obbedire alle mode. Costruitevi la vostra.

L’età che stiamo vivendo è il rinascimento del colore, una riscoperta della forza insita in ciascuno e un ritorno agli entusiasmi cromatici che hanno da sempre contraddistinto le nostre tradizioni. E lo è anche grazie a lei, Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che ha portato in Italia l’armocromia, scienza del colore applicata all’estetica.

Rossella è la maga in grado di trasformare anatroccoli neutri in magnifici cigni variopinti, facendo emergere la bellezza particolare di ciascuno. Come un artista, conosce alla perfezione le caratteristiche dei colori e, attraverso un attento metodo d’analisi, individua quelli migliori per ogni persona. Perché l’insieme delle tinte giuste (la cosiddetta palette di colori amici) mette in rilievo la luce individuale, cancellando difetti e imperfezioni, tanto quanto i colori sbagliati possono mortificare, oscurare, invecchiare. Non a caso, l’armocromia è da sempre utilizzata dalle costumiste di Hollywood per caratterizzare i personaggi, esaltare i loro momenti di gioia o rendere ancora più credibile il dolore.

Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che ha portato in Italia l’armocromia, scienza del colore applicata all’estetica, si racconta a OFF

Ha insegnato presso il Politecnico di Milano e la Business School del Sole24Ore; Rossella è poi fondatrice dell’Italian Image Institute di Milano, che si occupa di formazione e consulenza, e anche autrice di quello che è diventato un caso editoriale, il libro Armocromia (Vallardi), in cui racconta la sua materia con abbondanza di dettagli pratici. È una star dei social: la sua pagina Instagram, dove dispensa consigli e dà dritte armocromatiche, è frequentatissima.

La moda e il colore sono un modo per raccontare se stessi e l’epoca storica che si sta vivendo. Perché gli ultimi anni hanno visto una predominanza di colori spenti e cupi?  

La moda è davvero specchio della società: i colori comunicano e rappresentano i trend generali. Ecco perché ogni periodo ha la sua palette di colori. Gli anni ‘60 e ’80, per esempio, in quanto periodi di boom economico e sociale, hanno visto una diffusione dei colori molto accesi, caldi, fluo e delle fantasie optical. Gli anni ’90, invece, sono stati più austeri, con una predominanza di grigio, tortora, beige. L’austerità del colore va di pari passo con le crisi che si vivono.

Cosa ti piace raccontare attraverso il colore?

Il colore rappresenta vita e vivacità. E ha un effetto benefico anche sull’umore. Quando siamo colorati abbiamo un aspetto più positivo, sia di fronte a noi stessi che a chi ci osserva. Del colore poi mi piace molto il fatto che possa diventare uno strumento per scoprire e rivelare la nostra unicità. In un mondo in cui tutti devono seguire le tendenze e acquistare le stesse cose, ci consente in modo semplice di coltivare e valorizzare quello che davvero siamo.

Che cos’è la bellezza? 

La ricerca del bello è antropologicamente insita nell’essere umano. E la nostra immagine è certamente uno strumento di comunicazione potente. Ma la bellezza è come la felicità, arriva quando si smette di cercarla con ossessione. Le persone fissate con il concetto di perfezione estetica – soprattutto quella che ci viene imposta dai mezzi di comunicazione -, anche se oggettivamente molto belle, non riescono a tirare fuori la loro piacevolezza. Chi invece smette di cercarla con ansia può finalmente scoprire la propria luce autentica e valorizzare le proprie migliori qualità.

Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che ha portato in Italia l’armocromia, scienza del colore applicata all’estetica, si racconta a OFF

Che cosa pensi del “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”?

Io sostengo il “non è bello ciò che è bello. È bello ciò che ti rende bello”. Perché non esiste un colore o un abito che stia bene a tutti. E nemmeno un colore brutto in assoluto. Invito quindi a scoprire le proprie caratteristiche, più che affidarsi a trend e direttive esterne.

Cosa pensi del rapporto tra estetica e nuovi media?

Lo trovo interessante. Mi piace il filone che si sta sviluppando dell’inclusività del bello, che comporta canoni estetici più morbidi ed esalta la diversità, senza modelli stereotipati di riferimento. Dei social mi piace anche il fatto che piano piano si stiano delineando altre figure di riferimento, che danno molti contenuti. Imenjane, per esempio, è una giovane donna che su Instagram parla di economia e politica internazionale, con voce fresca e grande competenza.

Ci racconti un episodio off della tua carriera?

Coincide proprio con il momento in cui, più o meno un anno fa, ho iniziato a raccontare sui social la mia attività. Attraverso la mia rubrica di domande e risposte ho cominciato a dare consigli a chiunque me li chiedesse. Quello è stato l’episodio che ha segnato una svolta nella mia attività, perché attraverso i social sono riuscita a dare una notorietà davvero inaspettata al mio lavoro, all’armocromia e a tutto quello che faccio da dieci anni.

 

Leggi l’intervista su IlGiornaleOFF. 

Andrea Mantegna, pittore del dolore

b13190d32f76664141957295b1b86966 Una folla radunata intorno alle colonne eleganti di una città antica. Un grande uomo che aspetta di morire. La bellezza dell’architettura a fare da sfondo, sottolineando per paradosso lo scempio, prima e dopo che si consumi.
Quanti anni bisogna aver vissuto per riuscire a rappresentare la tragedia del male? Quanti, per rappresentare Dio?
Ad Andrea Mantegna non ne sono serviti molti. Era giovanissimo quando ha dipinto gli affreschi che rappresentano il martirio e il trasporto di San Cristoforo per la Cappella Ovetari, nella Chiesa degli Eremitani di Padova. Aveva fatto da poco il suo ingresso come apprendista nella bottega dello Squarcione quando gli fu commissionato il lavoro, eppure i volti delle persone raccolte per uccidere il santo rivelano già la consapevolezza di un artista maturo.
Gli sguardi che si concentrano con troppa puntualità sul corpo del gigante convertito al cristianesimo, trascinato a terra per un piede. I toraci e le braccia della gente, che spingono per non perdersi nulla. Il corpo enorme, sopraffatto, di chi già una volta aveva portato ‘il peso del mondo sulle sue spalle’.
E Dio che si rivela sotto forma di freccia, deviata dal suo percorso naturale per conficcarsi con precisione soprannaturale nell’occhio del tiranno che aveva ordinato l’esecuzione. A chi sarebbe venuto in mente di rappresentare Dio come una freccia, candida, che taglia il nero del palazzo regale? Potrebbe essere un quadro anche solo questo piccolo movimento colto nella finestra più alta, potentissimo nel suo orrore, con il suo gioco spettrale di vuoti che si rispecchiano – vuoti delle bocche che si spalancano, delle cavità di occhi senza sguardo anche quando non sono feriti, delle ombre che avvolgono fronti e nuche.
Più grande è l’orrore, più dolce è conoscere la fine della leggenda, secondo cui è il sangue del santo decapitato a guarire il tiranno.
Di Andrea Mantegna, come per la maggior parte dei pittori più antichi, si conoscono pochi dettagli biografici. Ma se è vero che l’artista, attraverso la sua arte, dipinge sempre anche se stesso, è probabile che dentro il genio veneto, cresciuto a Padova e legato molto a Venezia, ci sia stata una conversazione costante con il dolore. La mano è precisa: delinea prospettive esatte e rivoluzionarie, corpi perfetti come statue, luci classiche, colori che, col passare degli anni, si fanno sempre più identificativi. Ma poi c’è qualcosa che non c’entra nulla con la lezione dei maestri, ed è un tocco che si ritrova nei volti, nei luoghi dove si conficcano le armi, nelle ombre che si insinuano e coprono la pelle: il tocco della pietà.
Sembra che la mano di Mantegna, in ogni sua opera, si porti dietro una scabra consapevolezza del male. Perfino gli occhi degli angeli: non sono luminosi come quelli di Botticelli o sensuali come quelli di Caravaggio, ma polverosi, inquinati dai presentimenti. Quasi avesse previsto che la sua stessa arte, un giorno, sarebbe stata distrutta dalla cecità dell’uomo, e che gli aerei americani nel 1944 avrebbero polverizzato le aureole presenti nella Cappella Ovetari. Mantegna disegnò i suoi angeli con le ali già pronte a farsi ferire.

Silvia Valerio

20200629_174135 (1)

 

Cibo e tradizioni nel Natale Veneto – per il numero di dicembre di CulturaIdentità

Ama il Natale, il Veneto. Per tradizione. Forse perché era il momento di riposo
dal lavoro nei campi, la tregua dal caldo che bruciava durante i raccolti o nelle
piazze, la schiena che finalmente si rialzava dall’impegno della semina, dalla cura
delle piante, dalle uscite in laguna o dalle casse di merci. L’inverno era la casa, la
famiglia, il lavoro a maglia, le fumate di pipa e i racconti attorno al fuoco, le sere
più lunghe sotto le coperte – tanto che, come raccontano diversi vecchi, la
maggior parte dei bambini veniva concepita proprio in questo periodo. Era
anche il sacrificio di tante bestie allevate nei mesi precedenti, pescate nei corsi
d’acqua, barattate o acquistate: a dicembre i prodotti della terra e del mare
circolavano finché ogni famiglia non aveva il necessario per preparare il proprio
pranzo di Natale e offrire ai propri parenti piatti curati a lungo, benaugurali e
prelibati. Continua a leggere

I Colli Euganei. Storia, arte e ispirazione – per il numero di novembre di CulturaIdentità

Gli Euganei. Non sappiamo nulla di loro, solo che sono stati scacciati dai Veneti guidati da
Antenore il troiano. Possiamo immaginarli mentre si perdono nella bruma fuggendo verso le
valli alpine, con le famiglie e gli animali, la polvere, e forse dei semi tra i capelli incolti, le foglie
dei castagni, il biancospino e il pruno, la ginestra e l’orniello della terra che avevano mangiato
e dei corsi d’acqua che avevano bevuto. Finché, mescolandosi con Etruschi e Reti, non si sono
praticamente dissolti.
Li immaginiamo a metà tra cielo e suolo. Le fronti luminose dell’alba che si guarda da un
monte, uno dei più alti dei cento, quando lo spazio si apre. Gli occhi impenetrabili dei
ventiduemila ettari di boscaglia. Pupille di basalto e trachite.
Per le strade gonfie, la vegetazione si agita di fiori e uccelli. Senti il respiro di quelle tribù che
sarebbero svanite anche dai libri di storia se non fosse stato per i rinascimentali che hanno
dato il loro nome ai Colli di Padova.
È sicuramente colpa o merito loro, quel vento che alza i semi senza arrivare in città.
I colori intanto crollano dalle cime alle pendici, l’autunno porta il tramonto tra le stringhe
delle scarpe. I colori zampillano dalle vigne come lava sottomarina. Continua a leggere