“Ho provato a morire e non ci sono riuscito”: la vita indimenticabile di Alessandro Valenti

2_DSC9651Torna a quei giorni. A quando uscivi di casa con i capelli bagnati e ti mangiavi le strade. A quando fumavi o facevi finta di farlo. A quando aspiravi distesa dalle labbra di qualcuno. A quando aspettavi una telefonata. A quando sbagliavi le parole e non dormivi per l’eccitazione. A quando per essere felice bastava comprare un biglietto del treno. A quando notavi tutti i colori dei suoi occhi. A quando non c’era mai un posto buono dove stare.

Torna lì, a quando la vita era indimenticabile.

E se non te lo ricordi più, chiedi ad Alessandro come si fa.

Ragazzo indimenticabile, al di là del bene e del male, Alessandro Valenti ha scritto il libro più bello dell’anno. Un romanzo grande, anche se lui ha appena diciassette anni, a partire dal titolo: “Ho provato a morire e non ci sono riuscito”(Atlantide Edizioni). Continua a leggere

Almerigo Grilz: morire per la verità

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Che cosa si prova a diventare il nome di una strada o delle parole incise su un monumento? È l’eterno dilemma tra Ettore e Achille: vivere per esistere nella propria carne, nella carne dei propri figli e nipoti, e piano piano diventare come “la nostalgia in un paesaggio dipinto”, o vivere come una scheggia, in un’esplosione, e guadagnarsi un pezzo fragoroso di eternità?
Chi lo sa se Almerigo Grilz si era posto questo dilemma anche fuori dai banchi di scuola. O forse ha sempre e solo seguito quello che gli diceva il cuore, e se il cuore è avventuroso e curioso e, per di più, è un cuore triestino, che guizza come un pesce e ride tra le sue scaglie scintillanti, è naturale trovarsi in giro per il mondo a volerne raccontare gli angoli, i colori e le espressioni.

Dopo diverse estati in autostop per l’Europa, a imparare le lingue e le diverse facce dell’uomo, Almerigo, “Ruga” per gli amici, comincia la sua carriera di fotoreporter documentando cortei politici, con macchina fotografica e cinepresa. Aggiunge il disegno a mano libera, quando non vuole farsi scappare qualche dettaglio, ed è tanto bravo che gli capita di disegnare anche fumetti, volantini e manifesti. A ventiquattro anni, mentre è capo del Fronte della Gioventù di Trieste e vicesegretario nazionale, oltre che consigliere comunale, si iscrive all’albo dei giornalisti come pubblicista. Fa l’inviato: va in luoghi lontani a riprendere le immagini che nessuno vedrebbe mai. Guerre. Paesaggi. Visi diversi. Dolori diversi. Alla fine degli anni ’70, fonda il ‘Centro Nazionale Audiovisivi’, e, dopo il servizio militare e la laurea, decide di fare del giornalismo la sua unica passione e professione. Continua a leggere

Ospedale S. Francesco, città della Salute

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Tutto incominciò con la carità dei piccoli ospitali. Strutture minime, sparse un po’ in tutto il territorio di Padova, dentro e fuori dalle Mura della città, gestite da religiosi e religiose. Dentro ci potevano stare una ventina di letti ed erano aperti a malati ma anche a bisognosi di ogni tipo: poveri, anziani, solitari, viandanti. Le strutture avevano pochi mezzi, se non la vicinanza di Dio.

La medicina umana e divina dei piccoli ospitali diffusi subì un arresto nel 1509, con il grande ‘guasto’ imposto da Venezia. Mentre la Lega di Cambrai si era coalizzata contro la Serenissima per minare il suo potere, il 17 luglio Venezia aveva riconquistato Padova e intendeva rendere sicuro il suo possesso dagli attacchi nemici. Si rinforzarono le mura, si creò un profondo fossato interno dotato di trappole. E soprattutto, si cominciò a realizzare il ‘guasto’. A partire da un miglio di distanza dalla città, venne spianato tutto quello che sorgeva sopra il livello della terra e potesse costituire un riparo per i nemici: alberi, costruzioni, chiese, monasteri. Durante i quattro anni della preparazione del ‘guasto’, anche tutti gli ospitali esterni alle mura di Padova vennero abbattuti. Continua a leggere

Armocromia, analisi del colore e bellezza: intervista a Rossella Migliaccio

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Dimenticate l’impero del nero, che ha dettato legge per decenni. Dimenticate i vestiti-divisa, tutti uguali. Smettetela di obbedire alle mode. Costruitevi la vostra.

L’età che stiamo vivendo è il rinascimento del colore, una riscoperta della forza insita in ciascuno e un ritorno agli entusiasmi cromatici che hanno da sempre contraddistinto le nostre tradizioni. E lo è anche grazie a lei, Rossella Migliaccio, consulente d’immagine che ha portato in Italia l’armocromia, scienza del colore applicata all’estetica. Continua a leggere

Andrea Mantegna, pittore del dolore

b13190d32f76664141957295b1b86966 Una folla radunata intorno alle colonne eleganti di una città antica. Un grande uomo che aspetta di morire. La bellezza dell’architettura a fare da sfondo, sottolineando per paradosso lo scempio, prima e dopo che si consumi.
Quanti anni bisogna aver vissuto per riuscire a rappresentare la tragedia del male? Quanti, per rappresentare Dio?
Ad Andrea Mantegna non ne sono serviti molti. Era giovanissimo quando ha dipinto gli affreschi che rappresentano il martirio e il trasporto di San Cristoforo per la Cappella Ovetari, nella Chiesa degli Eremitani di Padova. Aveva fatto da poco il suo ingresso come apprendista nella bottega dello Squarcione quando gli fu commissionato il lavoro, eppure i volti delle persone raccolte per uccidere il santo rivelano già la consapevolezza di un artista maturo.
Gli sguardi che si concentrano con troppa puntualità sul corpo del gigante convertito al cristianesimo, trascinato a terra per un piede. I toraci e le braccia della gente, che spingono per non perdersi nulla. Il corpo enorme, sopraffatto, di chi già una volta aveva portato ‘il peso del mondo sulle sue spalle’. Continua a leggere

Cibo e tradizioni nel Natale Veneto – per il numero di dicembre di CulturaIdentità

Ama il Natale, il Veneto. Per tradizione. Forse perché era il momento di riposo
dal lavoro nei campi, la tregua dal caldo che bruciava durante i raccolti o nelle
piazze, la schiena che finalmente si rialzava dall’impegno della semina, dalla cura
delle piante, dalle uscite in laguna o dalle casse di merci. L’inverno era la casa, la
famiglia, il lavoro a maglia, le fumate di pipa e i racconti attorno al fuoco, le sere
più lunghe sotto le coperte – tanto che, come raccontano diversi vecchi, la
maggior parte dei bambini veniva concepita proprio in questo periodo. Era
anche il sacrificio di tante bestie allevate nei mesi precedenti, pescate nei corsi
d’acqua, barattate o acquistate: a dicembre i prodotti della terra e del mare
circolavano finché ogni famiglia non aveva il necessario per preparare il proprio
pranzo di Natale e offrire ai propri parenti piatti curati a lungo, benaugurali e
prelibati. Continua a leggere