Questionario proustiano sulla scuola #15. MASSIMO PACILIO. Guardiamo avanti nella Tradizione – pubblicato su Barbadillo.it


Listener-5

Il grande respiro gli viene dalla frequentazione di “moltitudini del tempo” a discapito di quelle “dello spazio”, che, messe come sono, gli fanno solo storcere il naso. René Guénon, Julius Evola e in genere i maestri della Tradizione. Massimo Pacilio è noto ai lettori ‘di destra’ per un suo saggio del ’98 (Conoscenza tradizionale e sapere profano. René Guénon critico delle scienze moderne), che sottolinea proprio le differenze tra il firmamento delle verità tradizionali e il nozionismo attuale, privo di significato, che ha abbandonato perfino l’arida limpidezza della tecnica per darsi a convulsioni sempre più arbitrarie. Ma all’arte della pedagogia Pacilio si applica da tempo anche grazie alla sua professione di insegnante, che di continuo gli fa esplodere di fronte i problemi della scuola. Le ali delle letture non mondane gli permettono però di non farsi ottundere dall’inerzia del ‘così è’ e di arrivare immediatamente al politico ‘così non deve essere’, e all’ancor più politico ‘così dovrebbe essere’. Perché il paradosso degli inattuali è che, se interrogati dal tempo, sanno essere di una puntualità nella risposta che sfiora la prodezza.

 

 

La scuola di oggi riesce a dare agli studenti gli strumenti per affrontare le necessità di questo tempo? È ora di riformare radicalmente i suoi programmi? Partendo da cosa?

La scuola, intesa come istituzione fondamentale dello Stato, rappresenta il retaggio di un mondo che aveva dei precisi punti di riferimento culturali, che oggi non esistono più. La scuola era statale perché rispondeva alla necessità di legittimazione e di perpetuazione di una comunità nazionale. Nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione”, e dell’affermazione di istituzioni sovranazionali con poteri superiori a quelli degli Stati, il modello di scuola pubblica nazionale è entrato in crisi. Lo dimostrano le recenti leggi di “riforma”, le quali hanno aggiunto ulteriore disordine, e in più trasformeranno rapidamente quello dell’educazione in un settore totalmente piegato alle logiche del mercato. Se anche si volesse dare all’allievo uno strumento per costruire, con le proprie forze, un sapere pienamente rispondente alle proprie qualità interiori, ci si scontrerebbe con ideologie e strutture che lo renderebbero marginale e non adattato. In questo quadro, ciò che più conta – e che mette al riparo da una inevitabile riduzione della scuola a mero ingranaggio della società mercantilistica – è l’elemento originario dell’educazione, cioè il rapporto tra docente e discente. È quel rapporto, recuperato nella sua dimensione personale, che può escludere la trasformazione dell’allievo in una pratica da evadere. Il concetto fondativo della scuola attuale riposa proprio su una astrazione del processo educativo e in una tirannia della programmazione, secondo il modello della produzione in serie.

 

Che cosa cambierebbe, che cosa toglierebbe, che cosa introdurrebbe?

Toglierei le aule, le lezioni frontali, il gruppo-classe, gli scrutini, le pagelle. Queste ultime rappresentano l’estremo limite di una concezione del sapere di tipo materialistico-meccanicistico. Dovrà essere il docente-maestro a certificare che un allievo si sia appropriato degli elementi essenziali di una disciplina, e dovrà dichiararlo sotto la sua personale responsabilità. Occorre andare oltre le scansioni temporali. Ci si appropria di una conoscenza con il tempo, con la riflessione, con l’approfondimento, non perché si sa rispondere ad una domanda. Noi abbiamo edifici vetusti, in alcuni casi indegni di ospitare dei giovani. Sappiamo progettare solo spazi dove recludere, aule dove contenere, mesti corridoi di deambulazione. Gli edifici scolastici trasmettono soprattutto l’idea di “clinica”. Erano molto più vivaci i chiostri, sotto tutti i punti di vista. La scuola dovrebbe essere un luogo di incontro tra docenti e discenti, con spazi differenziati per funzioni, con piccoli gruppi dediti ad approfondimenti, con una guida, che diventa il punto di riferimento per coloro che ne accettano lo stile, le capacità, la vastità della conoscenza, l’amore per la disciplina.

 

Come potrebbe una buona scuola favorire l‘inserimento nel mondo del lavoro?

Trasmettendo l’amore per la conoscenza. Le difficoltà le incontrano coloro che sbagliano strada, errano. La scuola non deve inseguire il lavoro, è il lavoro che deve adeguarsi al tipo umano presente in uno specifico luogo. Oggi si impone un tipo umano indifferenziato, buono solo per la produzione in serie, sia come produttore sia come consumatore. Questo continua a mantenere quel diaframma tra uomo e ambiente che è all’origine di un rapporto disarmonico con la propria comunità e con il territorio in cui si vive. Le modalità attuali del lavoro sradicano l’uomo e lo spersonalizzano. Il processo formativo deve, invece, contribuire a suscitare il senso di un legame profondo con i luoghi della nostra esistenza.

 

È ancora sensato puntare a una pedagogia di tipo etico-astratto, idealistico, invece che funzionale? Non è un prendersi in giro fingendo vivo un universo di valori assoluti che la storia recente ha ucciso? La formula “serve per aprire la mente” non ha il sapore di un’illusione?

Il problema credo che derivi dall’idea che si possa “aprire la mente” di tutti. Occorre differenziare. In una scuola si dovrebbe poter trovare il corso di greco antico e quello di falegnameria, di fisica e di agricoltura: naturalmente i ragazzi, scoprendo il proprio mondo – interiore ed esteriore –, si volgeranno verso ciò che corrisponde al loro carattere. Il docente deve saper discernere e alimentare le buone disposizioni. Non tutti possono arrivare a qualsiasi conoscenza.

 

L’alfabetizzazione di massa è un problema ormai superato. Varrebbe la pena lasciare, fin dalle elementari, più libertà di scelta agli studenti e alle famiglie, sia per quanto riguarda la possibilità di specializzarsi in certi ambiti piuttosto che in altri, sia per quanto riguarda gli orari in cui frequentare la scuola? Mantenere magari un minimo di ore obbligatorie e renderne facoltative e personalizzabili altrettante?

Senza dubbio. Occorre limitare questo concetto di produzione in serie di allievi. Nonostante le parole con cui i vari ministri infarciscono le loro direttive, resta intatta una metodologia che tende al livellamento e non esalta le qualità. I percorsi scolastici dovrebbero non avere una vera e propria conclusione. Un territorio dovrebbe avere una sola scuola, senza alcun indirizzo specifico e gli allievi, entrati nella fase superiore della formazione, dovrebbero costituire il loro personale cursus honorum, accumulando i certificati rilasciati dai docenti abilitati. Si darebbe centralità al docente e al rapporto con l’allievo. Forse erano più formative le lezioni che, nell’antichità, i maestri davano per strada.

 

Non è necessario, sempre, dalle elementari alle superiori, lasciare ai ragazzi del tempo per coltivare altre qualità oltre all’efficienza della mente?

Se si intervenisse nelle forme, certo sintetiche, che ho illustrato all’inizio, lo spazio della scuola offrirebbe la possibilità di coltivare qualsiasi cosa. Io la immagino come una biblioteca, un museo, una palestra, un luogo di incontro, un posto da cui uscire migliori, non soltanto più istruiti.

 

È vero, almeno qualche volta, che “lo stupido istruito ha solo un campo più vasto per praticare la sua stupidità”?

Credo che questa massima di Dávila sia vera sempre.

Per leggere l’intervista su Barbadillo.it.